- Al momento del matrimonio, l’uomo e la donna si impegnano a unirsi con amore e gioia. Questo amore include, naturalmente, la responsabilità reciproca di prendersi cura dei bisogni dell’altro, poiché, se si amano veramente, desiderano che al proprio coniuge non manchi nulla, che si tratti di cibo, vestiti, abitazione, arredamento, medicine o cure mediche in caso di malattia. I nostri saggi hanno stabilito che, al momento del matrimonio, l’uomo consegni alla sposa il documento della ketuvá (contratto nuziale), in cui si impegna a mantenerla e a soddisfare tutti i suoi bisogni secondo le usanze del tempo. Inoltre, in caso di divorzio, dovrà pagarle non meno di duecento zuz, somma necessaria per mantenersi per un anno. Se la sposa è vedova o divorziata, dovrà versarle almeno cento zuz. Generalmente, nella ketuvá vengono indicate somme maggiori, in base alla situazione economica dello sposo, allo status sociale della sposa e alla volontà comune delle parti. Se la donna si sposa portando con sé beni propri, questi vengono inclusi nella ketuvá e, in caso di divorzio, il marito dovrà restituirglieli, spesso con un’integrazione economica. Se il marito dovesse morire prima della moglie, questa riceverà la somma della sua ketuvá dall’eredità del defunto. L’obbligo di provvedere al mantenimento ricade sul marito, poiché, fino all’epoca moderna, il sostentamento della famiglia richiedeva un duro lavoro fisico, generalmente svolto dagli uomini. Nel frattempo, le attività domestiche e la cura dei figli, che spettavano alla donna, occupavano molte ore, poiché tutto veniva svolto manualmente: trasportare l’acqua in casa, impastare e cuocere il pane, cucinare i pasti, riparare e tessere i vestiti. Per questo motivo, l’onere di mantenere la moglie e la famiglia è sempre stato assegnato all’uomo. In cambio dell’impegno del marito a provvedere ai bisogni della moglie, quest’ultima si impegnava a occuparsi della casa e dei figli, nonché a mettere a disposizione del marito ogni guadagno personale e i beni ricevuti dalla famiglia d’origine. Tuttavia, poiché l’accordo economico della ketuvá è volto al beneficio della donna, se questa lo desidera può rinunciarvi, dichiarando: “Non voglio essere mantenuta né cedere i miei guadagni” (einí nizoná veeiní osá), ossia ‘non sei obbligato a provvedere a me e, in cambio, io conserverò tutti i miei beni e i miei guadagni’. Se entrambi i coniugi lo desiderano, possono stipulare un accordo in cui la donna si impegna a mantenere il marito, poiché ogni patto economico concordato tra di loro è valido e vincolante. Tuttavia, se tale accordo esclude uno dei coniugi dall’osservanza del precetto di oná (le relazioni coniugali nei tempi stabiliti) senza che vi sia un’esplicita autorizzazione da parte dell’altro ogni volta, il matrimonio risulterà nullo, poiché il precetto delle relazioni matrimoniali è il fondamento stesso dell’unione coniugale. Queste sono le regole generali, dalle quali derivano numerose altre norme, tutte finalizzate a regolare la vita di coppia in caso di disaccordi. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, non sorgevano discussioni e il marito gestiva gli affari della famiglia coinvolgendo la moglie nelle decisioni. Più la donna comprendeva il commercio, maggiore era la sua influenza, al punto che, in molti casi, era lei a dirigere l’attività familiare. In diverse comunità si usava redigere un documento speciale di condizioni (shtar tenaím), con cui i coniugi si impegnavano a gestire i loro affari in società e con piena trasparenza. Oggi, anche se tale accordo non viene esplicitamente scritto, è così che si dovrebbe operare.